C’è un dato che nessuno, nel dibattito sulla nuova legge sul cinema italiano, ha il coraggio di mettere al centro. Negli ultimi anni la maggior parte delle società di produzione italiane più significative è stata acquisita da gruppi e fondi stranieri. Non è un’opinione. È una cronologia.
BIM Distribuzione, storico riferimento del cinema d’autore, entra nel 2014 nel perimetro del tedesco Wild Bunch. Wildside passa a Fremantle — costola del colosso RTL-Bertelsmann — che ne completa l’acquisizione entro il 2020. Cattleya viene rilevata nel 2017 dai britannici di ITV Studios. Palomar, quella del Commissario Montalbano, finisce al 72% ai francesi di Mediawan. Groenlandia entra nell’orbita del gruppo francese Banijay. Indiana Production cede quote al gruppo Vuelta nel 2023. Lux Vide, principale fornitore di fiction per Rai Uno, chiude nel 2025 il percorso dentro Fremantle. E a febbraio 2026 Lucky Red — fondata da quell’Andrea Occhipinti che pontificava sull’”eccesso di successo” del cinema altrui — cede il 51% a StudioCanal, braccio di Vivendi, cioè dell’impero di Vincent Bolloré.
Uno dopo l’altro. I marchi restano, le insegne restano, i lavoratori restano italiani. Ma il baricentro decisionale, i diritti, il controllo del capitale sono altrove. Producono per Netflix, Sky, Amazon, HBO, rispondendo a logiche industriali che non sono più le nostre. Questa si chiama colonizzazione. Con una parola più tecnica: acquisizione sistemica di un comparto strategico da parte di capitali esteri. E avviene mentre, oltreoceano, Netflix inghiotte Warner Bros.: la stessa mutazione, la stessa direzione, la stessa resa.
Nel 2017 scrissi che la legge Franceschini era “scritta dai padroni e applaudita dai servi” e che di lì a poco i produttori italiani sarebbero scomparsi. Non fu profezia: fu lettura di un meccanismo. Il tax credit, spacciato per strumento di crescita, è stato per anni un moltiplicatore di valore contabile. Ha gonfiato i bilanci, reso appetibili le società, preparato la merce per la vendita. Denaro pubblico che ha finanziato non l’autonomia del cinema italiano, ma la sua messa in vetrina. I capitali stranieri hanno comprato aziende valorizzate — a volte sopravvalutate — con i nostri soldi. Abbiamo pagato noi il conto della nostra stessa cessione.
E ora arriva la legge sul cinema italiano di questa legislatura. Cosa fa, di fronte a tutto questo? Non lo contrasta. Lo asseconda. All’articolo 7 delega il Governo a disciplinare la cartolarizzazione dei crediti del settore: contributi pubblici, crediti d’imposta e diritti sulle opere diventano titoli cedibili a società veicolo. Si costruisce cioè l’infrastruttura finanziaria che rende ancora più fluido il passaggio di valore verso chi ha capitale. All’articolo 4 si promette di “attrarre investimenti, produzioni e talenti” e si potenzia il credito d’imposta estendendolo persino ai videogiochi. Attrarre. Come se il problema fosse la scarsità di capitali esteri, e non la resa a essi.
Nel frattempo si moltiplicano gli organismi: un Forum, un’Agenzia, una Commissione valutatrice. La stessa liturgia di sempre — nuove poltrone, stessi attori — mentre la sostanza scivola via. È la governance come anestesia: si discute la forma del tetto mentre la casa è già stata venduta. Sia chiaro: capitali stranieri vuol dire padroni che arrivano da lontano, e nell’economia finanziarizzata e monopolizzata è una dinamica in gran parte ineluttabile, contro la quale sarebbe folle schierarsi. Non è lì il punto. Il punto è che padroni lontani vuol dire modelli culturali che non ci appartengono, e ai quali però finiremo per appartenere. Vuol dire spazi sempre più stretti per i giovani talenti, fagocitati dalle esigenze del mercato. Vuol dire strumenti di interpretazione della realtà piegati attraverso il ricatto del lavoro. Vuol dire un pubblico ridotto a numeri, sotto il controllo degli algoritmi.
Se è questo il futuro che desideriamo, allora ci siamo già dentro e non avremo scampo. Ma vale la pena dire con chiarezza cosa si sta cedendo. La produzione culturale è il solo fattore che garantisce alle generazioni future un orizzonte di libertà e di emancipazione possibile. Un cinema sorvegliato — dal mercato, dalla piattaforma, dall’algoritmo — procede nella direzione esattamente opposta. E gli effetti sono già evidenti.
Non chiedo che si vieti agli imprenditori di vendere: è una scelta legittima, e spesso razionale, di fronte a un mercato globale che una struttura da cinquanta dipendenti non può reggere da sola. Chiedo che si dica la verità. Un Paese che definisce il cinema “patrimonio culturale nazionale” — sono le parole dell’articolo 1 — non può poi costruire per legge gli strumenti che ne accelerano la dismissione. O è patrimonio, e allora si difende con una politica industriale vera, quella che è mancata sistematicamente nei decenni in cui Francia, Germania e Gran Bretagna costruivano i propri campioni nazionali. O è merce, e allora si smetta di invocare la cultura per giustificare i sussidi.
La domanda che pongo al settore è una sola, e non ammette silenzi: di chi è, oggi, il cinema italiano? E la legge che vi apprestate ad applaudire — perché la applaudirete, bipartisan — a chi lo consegna definitivamente?
L’ho scritto nel 2017. Lo riscrivo ora. Tra qualche anno qualcuno rileggerà anche questo.
Scrissi quelle cose cercando di spiegare che le scelte rispondevano a un modello che genera povertà e disuguaglianza. Il disegno messo in atto dai dirigenti politici — di qualsiasi partito — obbediva ai dettami del capitalismo neoliberista: il sistema che finanzia i loro partiti.
La vertiginosa tendenza a privilegiare sempre di più i potenti, i più ricchi e gli apparati a essi collegati è frutto della disperazione intellettuale ed etica delle nostre classi dirigenti. Credono di salvare posti di lavoro, di rilanciare l’impresa, di allargare i margini di sviluppo affidando le redini dell’economia ai soggetti dominanti. Dovrebbe essere chiaro a tutti che questa strategia non è soltanto perdente: è generatrice di sproporzioni sociali ed economiche che si ingigantiscono di anno in anno.
E poi una riflessione che sembra davvero arduo far comprendere: un sistema che non poggia su un’architettura etica solida e ben regolata non ha nessuna speranza di sopravvivere. Possono resistere solo coloro che vivono ai piani più alti; tutti gli altri verranno travolti dalle inondazioni di un mondo in cui dodici persone possiedono la stessa ricchezza di quattro miliardi di individui.
Le agenzie e le governance sono uno dei simboli di questo disastro, e il cinema sta in prima linea nel dominio del neoliberismo. L’Italia è particolarmente esposta agli assalti di questo sistema famelico: per debolezza strutturale, per povertà etica, per miseria politica.
Si può ancora, forse, intervenire. Ma non certo con gli applausi bipartisan che accolgono l’apocalisse.
Stefano Pierpaoli
2 agosto 2026







